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La complessità di un lavoro che accolga davvero

Quando si parla di inclusione lavorativa si tende spesso a semplificare il problema. Si immagina che basti offrire un impiego a chi ne è privo perché tutto il resto venga da sé. Ma lavorando ogni giorno accanto a donne con percorsi di vita molto diversi tra loro, sappiamo bene che trovare un lavoro è solo una parte della sfida.

Dietro alla possibilità di lavorare si nascondono ostacoli che, non di rado, restano invisibili dall’esterno. Alcuni sono pratici e riguardano la vita quotidiana. Altri affondano le proprie radici nella storia personale, nel contesto culturale o nelle esperienze vissute. Comprenderli è fondamentale, perché è proprio lì che si gioca la possibilità di costruire un lavoro accessibile e duraturo, che possa accogliere davvero le persone e i loro bisogni.

Quasi tutte le donne che ci vengono segnalate devono fare i conti con difficoltà oggettive, ostacoli pratici che non dipendono dalla volontà o dall’impegno personale, ma dalla loro situazione quotidiana. Molte si occupano dei propri figli piccoli senza poter contare sull’appoggio di nonni o altri familiari, rimasti nei Paesi d’origine (OCSE, 2023). Nell’arco della stessa giornata devono frequentemente affrontare lunghi spostamenti con i mezzi pubblici perché non possiedono la patente, convivere con risorse economiche estremamente limitate o con una conoscenza quasi nulla della lingua italiana. Prese singolarmente, queste problematiche possono sembrare superabili; quando però si sommano, finiscono per condizionare profondamente la possibilità di trovare un lavoro e, soprattutto, di riuscire a mantenerlo nel tempo. 

Alle difficoltà più concrete si aggiungono resistenze ancora meno visibili, legate ai modelli culturali con cui molte delle persone che arrivano in laboratorio sono cresciute. In diversi contesti, il ruolo della donna è ancora fortemente associato alla cura della casa e della famiglia, mentre imparare un mestiere o costruire un percorso professionale non è un’opportunità incoraggiata. Non a caso, risulta occupata meno di una donna straniera su due, il 45,7%, contro il 76% degli uomini (Ministero del lavoro e delle politiche sociali, 2026).
Capita poi che chi entra nel progetto non abbia mai avuto la possibilità di ricevere un’educazione scolastica adeguata poiché l’accesso all’istruzione in alcuni casi è riservato esclusivamente ai figli maschi.

“Le donne rappresentano ancora quasi due terzi dei 765 milioni di adulti che non possiedono competenze di alfabetizzazione di base. La povertà, l’appartenenza a minoranze […], i matrimoni precoci, le gravidanze in età adolescenziale, la violenza di genere e gli atteggiamenti tradizionali riguardo al ruolo e allo status di donne e uomini sono tra i principali ostacoli che impediscono a bambine […] di esercitare pienamente il proprio diritto all’istruzione, completare il percorso scolastico e trarne beneficio” (UNESCO, 2026).

Anche le aspettative familiari hanno un peso enorme. Diverse partecipanti hanno sempre vissuto in contesti in cui le decisioni più importanti venivano prese da uomini e conquistare una propria autonomia significa mettere in discussione convinzioni radicate da tutta una vita, ruoli appresi fin dall’infanzia e credenze religiose profonde. A volte, chi sceglie di allontanarsi da situazioni familiari gravemente problematiche perde il sostegno dei suoi cari, ritrovandosi a dover ricostruire da zero non solo la propria quotidianità, ma anche la fiducia in sé stessa. 

Un altro grande cambiamento riguarda il modo di concepire il lavoro. Nel mondo occidentale siamo abituati a organizzare la vita familiare anche in funzione degli impegni professionali; in altri luoghi, invece, accade spesso il contrario. Le partecipanti ci raccontano che, nei loro Paesi d’origine, dopo la nascita dei figli tutto il resto passa inevitabilmente in secondo piano, compreso il lavoro.

Non stupisce che, da quando entrano nel progetto, trascorrano anni prima di considerare normale fare affidamento su babysitter o iscrivere i figli al centro estivo. Raggiungere questa consapevolezza richiede che avvenga in loro un cambiamento profondo e necessario, orientato a far interiorizzare un diverso modo di concepire il rapporto tra responsabilità domestiche e autonomia personale, affinché le prime non impediscano la piena partecipazione al mercato del lavoro e ai percorsi di integrazione (Commissione europea, 2020).

Per accompagnare questo cammino ci serviamo di tirocini inclusivi, che rappresentano per queste donne un’occasione per consolidare quanto appreso durante un primo periodo di formazione e, per noi, un aiuto da parte dello Stato in questa loro fase di maturazione. Grazie a questi, infatti, esse cominciano a familiarizzare con le dinamiche, i ritmi e le responsabilità che caratterizzano il lavoro in Italia, in un’ottica di crescita e autonomia.

Va poi sottolineato come negli ultimi anni anche molte grandi aziende abbiano iniziato a ripensare il proprio modo di organizzare il lavoro. Sempre più spesso investono in strumenti di welfare, contributi per la genitorialità, nidi aziendali e maggiore flessibilità organizzativa, nella consapevolezza che il benessere delle persone non è un elemento separato dal lavoro, ma una delle condizioni che lo rendono possibile. 

Terra Verde desidera andare nella stessa direzione, ma gode di risorse inevitabilmente più limitate. Ci teniamo a investire quotidianamente nell’ascolto, nel dialogo e, quando necessario, anche nel coinvolgimento di mediatori culturali così da rispondere nel modo più adeguato ai bisogni delle partecipanti. Ma un sistema di questo tipo richiede costi non indifferenti. Perché un lavoro regolare vuol dire garantire contratti, contributi, permessi e continuità, ma anche dedicare molto tempo alla formazione e ad accompagnare ciascuna persona lungo un percorso di crescita. È un investimento costante, che richiede enormi competenze, responsabilità e risorse. 

E alle sfide legate all’inclusione si aggiungono quelle del settore in cui abbiamo scelto di operare. Se da un lato negli ultimi anni la ceramica artigianale ha conosciuto un rinnovato interesse, dall’altro il mondo dell’artigianato continua a fare i conti con la chiusura di numerose botteghe, la perdita di competenze tecniche e un ricambio generazionale ancora insufficiente. Eppure abbiamo deciso di scommettere proprio su questo mestiere, convinti che si presti perfettamente a un modo di lavorare come il nostro. La produzione può essere suddivisa in fasi, permettendo a ciascuna persona di inserirsi gradualmente, contribuire fin da subito alla realizzazione di un prodotto e vedere crescere le proprie abilità.

In definitiva, abbiamo voluto offrire una prima chiave di lettura per comprendere quanto sia complesso e articolato il panorama associativo. Le difficoltà che abbiamo raccontato non sono episodi isolati né questioni marginali, ma fanno parte di un sistema che coinvolge persone, istituzioni, imprese e la società nel suo insieme. Proprio per questo non possono essere affrontate in poche righe.

Nelle prossime newsletter approfondiremo ciascuno di questi aspetti, dando spazio alle esperienze delle donne del progetto, al ruolo delle politiche di inclusione, alle responsabilità legate all’offrire lavoro e ai cambiamenti che stanno interessando sempre più aziende, oggi chiamate a costruire ambienti lavorativi capaci di conciliare produttività e inclusione.

Il nostro desiderio è contribuire a creare una maggiore consapevolezza attorno a queste tematiche, per restituire la complessità di un mondo che troppo spesso viene osservato solo nei suoi risultati, dimenticando tutto ciò che li rende possibili.

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