Tra due mondi
Dopo dieci anni, Beauty è tornata finalmente a casa. In quel paese da cui era partita, quello che si continua a chiamare casa anche quando la vita, nel frattempo, si è spostata altrove. Beauty è arrivata in Italia a 35 anni insieme a sua figlia di otto anni, attraverso il ricongiungimento familiare come molte donne che incontriamo nel nostro progetto di inserimento sociale.
Tornare in Bangladesh non è stato possibile per molto tempo, i motivi sono stati diversi, ma principalmente economici. Che cosa significa tornare? E quando finalmente accade cosa succede? Il ritorno non è mai neutro. Non è un semplice “andare a trovare”. È un passaggio denso, carico di aspettative, timori, confronti silenziosi. Si torna e allo stesso tempo si scopre di non tornare mai davvero.
Questa storia personale è in realtà comune a molte persone, il sociologo Abdelmalek Sayad ha definito questa condizione come doppia assenza. Da un lato il migrante è assente dal paese di origine, perché ne è fisicamente lontano, ma dall’altro è anche assente dal paese di arrivo, che vede il migrante solo come manodopera utile, relegandolo a uno stato di “provvisorio che dura” indefinito. Non è mai del tutto qui, ma non è più pienamente là. La migrazione, in questa prospettiva, non è solo uno spostamento di corpi, ma una frattura profonda dell’esistenza.
Il ritorno di Beauty rende visibile questa tensione. Tornare dopo dieci anni significa confrontarsi con un luogo che non è più lo stesso, perché il tempo è passato, ma anche con una idea di sé che non coincide più con l’immagine custodita nei ricordi di chi è rimasto. I familiari, i luoghi, le abitudini, tutto è insieme familiare ed estraniante. Allo stesso tempo, non è più nemmeno una di qui. In Italia ha costruito una vita, relazioni, responsabilità.
Il ritorno temporaneo mette in crisi entrambe le appartenenze. Da una parte c’è la gioia del ricongiungimento, il sollievo degli affetti, la lingua che non va tradotta. Dall’altra, lo scarto tra ciò che si ricordava e ciò che si trova, tra l’immagine che gli altri hanno di te e la persona che sei diventata. Anche restando solo un mese, il corpo sente che non è più possibile abitare pienamente nessuno dei due luoghi.
Eppure, dentro questa doppia assenza, si costruiscono nuove forme di presenza. Beauty torna portando con sé l’esperienza accumulata, le difficoltà incontrate e le competenze “invisibili” della migrazione. Torna anche per i suoi figli, che attraversano il paese materno come un luogo familiare e straniero, ereditando già una biografia transnazionale.
Raccontare questa storia significa spostare lo sguardo, non parlare di migrazione solo come emergenza o come problema, ma come esperienza umana complessa, segnata da tempi lunghi, attese forzate, ritorni impossibili o incompleti. Il viaggio di Beauty ci ricorda che l’inclusione sociale non riguarda solo il lavoro o i documenti, ma anche la possibilità di ricucire, almeno in parte, le fratture biografiche prodotte dalla migrazione.
E forse, proprio nel poter tornare, anche solo una volta, c’è un piccolo atto di riconciliazione. Non una soluzione alla doppia assenza, ma uno sguardo più lucido su ciò che significa abitare due mondi senza appartenere mai completamente a uno solo.
Il ritorno di Beauty non chiude un cerchio. Lo rende visibile.
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